Le voci dei Pazienti: Federica

biploarHo sempre avuto una vita abbastanza normale. Un bel gruppo di amici, un fidanzatino, a scuola ero tra le prime della classe. Certo il mio look è sempre stato un po’ sopra le righe, il periodo punk, il periodo freak…ma quale ado­lescente non è passato di moda in moda cercando lo stile che veramente lo identificasse? Sono sempre stata molto emotiva. E anche molto ansiosa. Ma tutto nella norma. I primi tre anni di liceo sono stati spettacolari, per due estati su tre sono partita all’estero per delle vacanze studio, uscivo tutti i sa­bati senza mai esagerare nonostante il mio gruppo di amici fosse sempre al limite della sobrietà, anzi diciamo che lo superava proprio quel limite.

È iniziato tutto quando entrai in quarta superiore. L’ultimo ricordo che ho è di una verifica di italiano su Tristano e Isotta, e poi un pianto, e mamma che viene a prendermi a scuola. Da lì buio totale. Solo alcuni ricordi qua e là ma sconnessi tra loro e mai felici. Questa è stata la mia prima crisi depressiva.

All’inizio so che qualche amico veniva a trovarmi a casa. Poi il vuoto anche da quel fronte. Mi chiedo perché spaventino tanto le malattie, soprattutto quelle che riguardano la sfera psichica.

Uscita da questo brutto periodo che durò mesi e del quale io non ho re­almente ricordi, ci fu l’anno della maturità. Le cose non andavano più bene come prima: diciamo che a scuola le compagne che prima mi rispettavano, perché vedevano in me una leader, iniziarono a mettermi i piedi in testa. Non fu per niente facile ma riuscii a diplomarmi in regola e anche a fare il viaggio di maturità a Parigi con alcune mie compagne di classe. Tornata dal viaggio mi iscrissi all’università in Scienze politiche. Ero di nuovo me stessa, con tanti amici, tanti impegni. Forse troppi impegni. Prendevo così tanti impegni che una giornata di 48 ore non sarebbe bastata. Ma io volevo fare tutto. E così mi trovai di nuovo al punto di partenza. Ci fu un’altra crisi depressiva, che portò alla diagnosi del mio male: Disturbo Bipolare tipo I.

Non dimenticherò mai il modo in cui mi venne detto. Un giorno mi squillò il telefono ed era la Dottoressa che mi invitava a degli incontri per pazienti con disturbo bipolare. Io non sapendo assolutamente della mia diagnosi scoppiai a piangere. Quel corso mi servì poi per capire che il mio problema è molto più diffuso di quanto mi immaginassi e che ci si può convivere tranquillamente.

La fede mi ha aiutato tanto: nonostante le cose che mi sono capitate nella vita dalla mia adolescenza, non ho mai smesso di credere che da Lassù qual­cuno mi accompagna. E questo lo devo soprattutto ai miei genitori, che ci sono sempre stati e non hanno mai perso la speranza e la fede. Senza la mia famiglia, i miei genitori, mio fratello, i miei nonni, i miei zii io non sarei qui a scrivere questa testimonianza.

Oggi seguo una terapia di carbonato di litio, una vita regolare, stando at­tenta a dormire regolarmente e a non eccedere in nulla. Mi ritengo una bra­va paziente ma ancora non ho accettato il mio disturbo infatti, a parte il mio ristretto nucleo familiare, non ho ancora detto a nessuno della mia patologia. Penso che per questo ci sia ancora tempo, in fondo ho solo 24 anni e ancora tutta la vita davanti.

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